Un futuro fertile possibile, ma ancora da costruire. Le lunghe derive di trasformazione delle produzioni agroalimentari in Italia

Qualifica Autore: Responsabile Ufficio Studi Italia Lavoro SpA

Un futuro fertile possibile, ma ancora da costruire.  Le lunghe derive di trasformazione delle produzioni agroalimentari in Italia

Nel venticinquennale della nascita dell’Associazione Città del Vino si è voluto provare a ricostruire lo scenario all’interno del quale si colloca il tumultuoso sviluppo delle produzioni vinicole italiane, con l’obiettivo di individuare, a partire dalle lunghe derive di trasformazione delle produzioni agroalimentari, quale futuri possibili attendono ma l’intero comparto.  
Nel 2007, nel corso della presentazione del rapporto “Futuro fertile” curato dal Censis per Confagricoltura, Giuseppe De Rita, forse il maggiore interprete dello sviluppo italiano del dopoguerra, ebbe a dire che gli agricoltori non erano più “figli di un Dio Minore”. La citazione - tratta dall’opera teatrale del 1980 “Children of a Lesser God” di Mark Medoff, dedicata al mondo della disabilità - apparve, al tempo, come una delle tante immagini metaforiche usate nella comunicazione, ma oggi, a distanza di qualche anno, risulta decisamente profetica.
Con quell’affermazione, dettagliatamente circostanziata con numeri e grafici, si voleva stigmatizzare il nuovo ruolo che la produzione agricola e quella  agroindustriale avevano assunto e stavano assumendo nell’economia italiana. Un processo ovviamente di lunga deriva, strettamente connesso allo sviluppo sociale, culturale ed economico del Paese e che ha visto, con il tempo, la lenta trasformazione del settore primario dalla sua architettura arcaica ad un sistema produttivo avanzato, in grado di trattare e trasformare il frutto della terra in prodotti legati alla filiera agroalimentare, coniugando la cultura delle produzioni tradizionali con l’innovazione qualitativa dei prodotti.
Oggi nel pieno di una gravissima crisi economica, frutto di “ubriacatura” finanziaria, con la crescente consapevolezza che l’economia di carta non ci darà alcuna garanzia di sviluppo e la convinzione che le risorse della terra rappresentino un patrimonio formidabile per il nostro futuro sostenibile, torniamo a guardare all’agricoltura ed ai prodotti agroindustriali come ad uno dei comparti chiave per ricominciare a crescere. Chi può pensare ad una nuova fase di sviluppo, ad una valorizzazione del Mezzogiorno d’Italia, a prescindere dal contributo che una valorizzazione del settore primario e quindi del patrimonio enogastronomico, ambientale e culturale può portare?
La difficile congiuntura ci spinge però a chiederci se l’idea stessa di un futuro fertile resista ancora agli eventi o se al contrario l’impatto della crisi non abbia inibito i processi di innovazione, facendo riemergere le arretratezze e le tentazioni conservative. Per immaginare nuove opportunità appare necessario assumere tre diverse prospettive di analisi, naturalmente complementari:
• la prima è “storica” e punta a rappresentare le lunghe derive di trasformazione del comparto - dalle modificazioni strutturali che hanno interessato la produzione agricola ed agroalimentare e morfologiche (dimensione delle aziende, superficie coltivata, produzioni per ettaro, ecc.) a quelle legate ai fattori di produzione (ad esempio l’occupazione) - che sottolineano i punti di forza e di debolezza di processi di innovazione;
• la seconda è invece essenzialmente “congiunturale” e riguarda l’attuale profilo del comparto agricolo e di quello agroalimentare, facendo emerge gli impatti della crisi sui processi di innovazione di lunga deriva;
• la terza riguarda, infine, il futuro - strettamente connesso alle trasformazioni del costume - al fine di focalizzare i diversi futuri possibili e quindi il contributo che il comparto agroindustriale ed i consumi enogastronomici sono in grado di generare in termini di sviluppo.
Senza dubbio molto dipenderà dalla evoluzione delle nuove politiche agricole comunitarie che presto verranno adottate in sede europea, anche perchè con l'ingresso dei Paesi dell'Est europeo gli equilibri sono destinati a trasformarsi. Appare dunque d’obbligo una forte presa di posizione da parte dell’Italia. La PAC dovrebbe tornare alle origini, mettendo al primo posto lo stimolo alla produzione sia per quantità che per qualità, sostenendo l’innovazione tecnologica e la competitività dei prodotti europei, dovrebbe convergere verso migliori equilibri di filiera sostenendo gli sforzi per migliorare la remunerazione degli investimenti e del lavoro. Dovrebbe infine svolgere quella funzione di promozione del patrimonio ambientale e culturale che è insito nella tradizione rurale italiana ed europea. Un futuro fertile quindi, possibile ma ancora da costruire.

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